Ok, il peggio è passato, si guarda avanti. I piani di rimonta di Mitt Romney

Non che l’ex governatore del Minnesota, Tim Pawlenty, fosse un pilastro della campagna elettorale di Mitt Romney (“Sono soltanto un volontario”, minimizza lui) ma lasciare l’incarico, per quanto formale, di condirettore della campagna nell’ora più nera per il candidato repubblicano per andare a dirigere una lobby che rappresenta (ironia) le grandi banche di Wall Street è una mozione di sfiducia abbastanza chiara. E rappresenta bene la grande divisione fra quelli che dopo le performance pasticciate in politica estera e il corrosivo filmato del 47 per cento credono ancora in una resurrezione politica, e quelli che abbandonano la nave.
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New York. Non che l’ex governatore del Minnesota, Tim Pawlenty, fosse un pilastro della campagna elettorale di Mitt Romney (“Sono soltanto un volontario”, minimizza lui) ma lasciare l’incarico, per quanto formale, di condirettore della campagna nell’ora più nera per il candidato repubblicano per andare a dirigere una lobby che rappresenta (ironia) le grandi banche di Wall Street è una mozione di sfiducia abbastanza chiara. E rappresenta bene la grande divisione fra quelli che dopo le performance pasticciate in politica estera e il corrosivo filmato del 47 per cento credono ancora in una resurrezione politica, e quelli che abbandonano la nave. Fra i credenti c’è Karl Rove, il grande architetto di vittorie bushiane apparentemente impossibili, uno che non scommette su un progetto se non ha almeno qualche dato positivo sul quale lavorare. La resurrezione di Romney, scrive Rove sul Wall Street Journal, non avverrà, se avverrà, in modo miracoloso, ma va propiziata con un piano per le prossime sette settimane. Non sarà facile, ma “anche questo momento passerà” e i sondaggi non sono così disastrosi come l’opinione dominante suggerisce. Nell’ultimo mese i sondaggi Gallup e Rasmussen non sono cambiati in modo significativo, anzi Romney ha anche guadagnato terreno, segno, secondo Rove, che gli eventi degli ultimi dieci giorni non hanno alterato drammaticamente l’inerzia elettorale. Poi vanno ricordate le rimonte precedenti, tipo quella di Reagan contro Carter, conclusa con una vittoria a valanga dopo mesi di sondaggi sfavorevoli. Certo, le condizioni politiche di quella tornata erano leggermente diverse e inoltre Rove non cita i sondaggi degli “swing state”, dove il presidente domina sullo sfidante: senza aggiudicarsi qualche stato in bilico non si arriva alla Casa Bianca, anche se i sondaggi nazionali sono positivi. “Il fatto è che la politica economica di Obama non sta funzionando – scrive Rove – e in un’implicita ammissione di fallimento la Fed ha annunciato un terzo round di Quantitative easing”: è qui che Romney dovrebbe innestare una nuova campagna elettorale, basata sulla rappresentazione di un programma di governo chiaro e possibilmente credibile. Questo è almeno il consiglio di chi ci crede ancora.
Da qualche settimana il candidato porta in giro per il paese il “Plan for a Stronger Middle Class”, una riproposizione della sua dottrina economica spiegata attraverso i vantaggi concreti per le famiglie della middle class. Originariamente il piano era fatto di 59 punti, che nel tempo sono diventati cinque, sforzo di semplificazione che ora urge estendere a ogni ambito della campagna. Soltanto questa settimana Romney ha iniziato a pubblicare spot elettorali in cui ci mette la faccia e la sua viva voce, con qualche “gotta” per darsi un tono nazional popolare, spiega i cardini del suo programma: nuovi accordi commerciali, taglio secco della spesa pubblica e taglio delle tasse, soprattutto per le piccole imprese strangolate dalla crisi. Quello che tutti sanno all’interno della campagna elettorale è che Romney non può permettersi di lasciare che le sue speranze di vittoria vengano testate esclusivamente sui tre dibattiti elettorali (il primo è il 3 ottobre), dove Obama ha ovvie doti oratorie ma soprattutto ha argomenti che possono più facilmente essere ripresi dagli elettori con una certa vis polemica. Per evitare, insomma, che la serie di episodi negativi segni l’inizio della fine di Romney, come si è espresso uno stratega repubblicano, serve “più Mitt”, scrive Politico, più sostanza politica e meno arroccamento dietro a posizioni difficilmente difendibili.

Il fuoco amico e l’eclissi di Ryan
Il fuoco amico di quelli che ormai hanno rinunciato a credere in Romney è la parte più devastante di questa fase accidentata della campagna. La lista dei conservatori che hanno condannato le affermazioni del candidato è di una lunghezza inquietante, e la lotta intestina ha autorizzato anche i giornali avversari a raddoppiare la carica polemica: all’antipatia politica naturale si aggiunge l’intelligenza con i conservatori ammutinati. E in questo contesto si colloca anche la crisi di Paul Ryan, il deputato che era stato assunto per dare un cuore di carne all’uomo di latta, per riempire di idee forti la sagoma di un buon manager e magari di esporle, quelle idee, in modo coraggioso e convincente; Ryan si è eclissato dietro a gaffe sui tempi della maratona, alla massa grassa e invece di trainare Romney sembra essersi lasciato ingrigire dallo scoramento del suo candidato. E quando un sentimento del genere domina il quartier generale di Boston, significa che il momento è fatale.